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progettocantinaLa cantina deve essere un posto accogliente, un luogo piacevole dove passare le giornate, perché il vino ha tempi di lavorazione molto lunghi, in particolare durante la vendemmia, quando la notte e il giorno hanno confini indefiniti nella sala lavorazione e la bottaia. La bellezza l’abbiamo eletta a nostra guida in questo progetto a partire dal paesaggio. 

La cantina deve stare dentro al paesaggio, non lo deve disturbare, per questo i suoi muri non sono altro che il mettere ordine al pietrame che è la risulta dalla lavorazione del terreno, un ordine che ricalca l’estetica delle nostre storiche case di campagna e nelle viuzze dell’abitato. Deve accogliere le persone, non essere troppo chic. 

Deve essere un posto dove tutti si sentono a casa. È un sogno, già la amiamo.

Bottigliaok

Perché abbiamo usato sui nostri vini la IGT Barbagia e non una Doc?

Spesso le IGT sono utilizzate per rifuggire gli schemi imposti dalle Doc e proporre dei vini innovativi, sia come caratteristiche produttive, a partire dai vitigni utilizzati e dalle tecnologie di cantina, sia nelle forme comunicative molto distintive, incentrate sul brand aziendale. Per noi non è così; siamo molto tradizionali sia per i vitigni utilizzati che per le tecniche produttive e la comunicazione basata sul semplice e comunitario, abc territoriale. Con questa scelta vorremmo proporre uno schema più veritiero rispetto alle Doc basate sul vitigno; quello del territorio e della vigna. Vi sono due grandi tendenze nel mondo del vino di qualità, una è quella delle DOC estese basate su un territorio molto grande o su un vitigno, con grandi consorzi che valorizzano i vini e che fanno leva sulla tecnologia produttiva per la differenziazione qualitativa, esempio classico: il vino Doc e il vino Doc riserva. L’altra è quella delle DOC che hanno nel territorio e nel vigneto le uniche caratteristiche distintive dei vini. Mamojada è una realtà che si vuole identificare con la filosofia della seconda opzione, purtroppo il nostro territorio non ricade su una Doc con queste caratteristiche. In attesa di una nuova Doc, abbiamo scelto di classificare i nostri vini come IGT Barbagia in quanto è la denominazione di qualità che fa riferimento al territorio, che maggiormente ci rappresenta. Il nostro non è un declassare il vino, ma chiamarlo con il giusto nome, è indicare in etichetta un indirizzo preciso, per quanto si può.

caraokjpgCara’Gonare è la ghirada più piccola. Solo un ettaro. È anche la più nascosta e quindi riparata dai venti; non si vede il ponte, né nessuna strada; è per ciò molto silenziosa: si sente solo lo starnazzare minaccioso delle oche, il cuculo che canta annunciando i primi caldi, le pecore del vicino ed i propri pensieri.
Come in ogni famiglia numerosa c’è un figlio bravo, che non da troppi problemi ai genitori, non curandosi delle maggiori attenzioni riservate ai fratelli perché sa che ne hanno più bisogno; così Cara’Gonare cresce regolare, senza troppi intoppi. E quando arriva il suo turno la trovi così, quasi perfetta, un ritocco alla chioma e si va; nei suoi filari corti sembra quasi di volare .
Post Scriptum
Offre tramonti mozzafiato

vigna incolta blogLa terra di su Teularju è originata dalla roccia madre, il granito.

Questo è eruttato dal profondo durante il Carbonifero (tra 359 e 299 milioni di anni fa), ricoprendo le rocce metamorfiche che si erano formate precedentemente per stratificazione nei fondali marini, quando ancora le acque ricoprivano tutto il pianeta.

Le rocce metamorfiche affiorano qua e là, ma a Teularju è il granito a fare da padrone. 

Anche se durante il Triassico (252/201 milioni di anni fa) e il Giurassico (199/145 milioni di anni fa), le acque hanno nuovamente ricoperto il granito, queste non hanno lasciato segni visibili, anzi sembrano non esserci mai passate da queste parti. Ma non è così: il monte di Gonare, un imponente massiccio calcareo piramidale di 1083 metri, è lì a due passi a testimoniarlo.

In seguito, la Sardegna si è staccata dal continente dalla parte bassa della Francia ed è diventata essa stessa un piccolo continente posizionandosi nel bel mezzo del Mediterraneo, il nostro mare. 

In Sardegna si dice “il mare mangia dalla montagna”: è questa che radica il nostro popolo dal punto di vista identitario e storicamente gli ha dato da vivere, seppure adesso le cose stanno cambiando, le coste, splendide, segnano una nuova era. 

Il mare da noi arriva con il vento perché non è lontano, ancora una volta è il monte di Gonare a ricordarcelo. La leggenda narra che il giudice di Torres Gonario (1110-1182), sorpreso in mare da una tempesta al ritorno da un pellegrinaggio in Terra Santa, promise che avrebbe eretto una chiesa alla Madonna nel primo lembo di terra che avesse visto. Vide una luce su un monte che lo guidò a riva. Quel monte da lui prese il nome e dalla sua cima vicino alla chiesetta dedicata alla Madonna, nelle giornate ventilate, chiare, di mezza stagione, senza nuvole e senza l’aria che ondeggia per il calore, il mare lo si vede sia ad ovest che a est e si respira la sua aria. 

La nostra vigna affonda qui le sue radici alle pendici della sacra montagna e a un passo dal mare. Terra, acqua, spiritualità, complessità che si rende presente e leggibile nel vino; frutto e salinità, dolcezza e acidità, dinamicità e fermezza, ti fanno venir voglia di essere grato di cercare gli amici e fare festa.

Logo Ok

La nascita del nostro logo è un po’ avvenuta da sola: come le cose della vita che programmi con cura e puntualmente prendono un’altra strada che ti salta addosso e si impone con forza, al punto da lasciarti stupito per la sua adeguatezza. 

Fare un disegno, oppure solo un logo, o ancora, disegno e logo? 

L’idea di fare un’etichetta semplice, classica con un logo, alla fine ha prevalso, con modello ispiratore le etichette di Borgogna di cui siamo innamorati. Da qui gli elementi che lo compongono, sono venuti fuori da soli, uno dopo l’altro, come legati ad un filo.

Il logo è una brocca vinaria nuragica con il collo rotto, con una croce sbilenca al centro che, nell’alfabeto Ogham , conosciuto come alfabeto degli alberi, di origine forse Irlandese, forse sarda e utilizzato in Sardegna nel periodo nuragico, rappresenta la lettera M, da MUIN che significa vitis vinifera e da cui deriva la parola vino. Ci è piaciuto questo segno perché, come la croce cristiana ha due dimensioni, una orizzontale che significa la dimensione terrena e quella verticale la dimensione celeste, unite insieme. Questa caratteristica misterica è propria del vino, che prodotto della terra e della vite, ha una sua dimensione spirituale che esplica nel dare gioia all’uomo, nel metterlo in comunicazione con la bellezza. Nei riquadri quattro bronzetti nuragici di cui tre sono figure di offerenti, contadini -sacerdoti, che dedicano i prodotti della terra alle divinità, un quarto è una figura che versa il vino dalla famosa brocca ascoide.

Il font utilizzato per la scritta Teularju è il WT Bellochero Regular, un carattere di recente creazione con forme filanti ed eleganti che richiamano stili riconducibili al moderno e al vintage contemporaneamente. Noi Barbaricini da poco non siamo più arcaici e non siamo mai stati veramente moderni. L’asprezza e la bellezza di questa terra ci hanno preservato dalla serena disperazione di quest’epoca. Epoca esteticamente indefinita nel continuo miscelarsi di tendenze passate, in seguito alla morte di Dio nella mente dell’uomo, che ha demonizzato il presente e trasformato il futuro in minaccia. Nonostante ciò, l’uomo di oggi aspira, pur disordinatamente, all’autenticità e alla genuinità, speranza che si ritrova nella purezza delle linee di questo carattere.

Il nostro logo parla della nostra cultura, della nostra religiosità naturale, della dimensione misterica della vite e del vino che, nella fede cristiana, incarna la vita. Parla della bellezza della nostra terra e dei nostri vigneti, di un’estetica che da speranza. Parla del nostro essere contadini che fanno il vino come pretende la buona uva dei nostri vigneti , parla di persone che lo bevono facendo festa in compagnia.

 
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